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Oleoliti

Macerati oleosi da piante officinali spontanee o coltivate con metodo biologico in olio extravergine di oliva o altri olii vegetali nel rapporto di droga estratto 1:10 (in peso secco). Il risultato è una soluzione oleosa che oltre alle caratteristiche dell’olio utilizzato come solvente, si arricchisce dei componenti idro e liposolubili della pianta officinale utilizzata.
Talvolta, causando ambiguità, vengono chiamati erroneamente oli anziché oleoliti seguiti dal nome della pianta, come ad esempio "olio di iperico" anziché "oleolito di iperico".
Oltre ad essere utilizzati “tal quali” in base alle loro proprietà sono veicoli insostituibili per l’applicazione degli olii essenziali.
In commercio è possibile reperire oleoliti già potenziati con olii essenziali, che ne esaltano le proprietà curative.
Tali prodotti sono generalmente utilizzati per uso esterno, per massaggi o frizioni, in considerazione delle loro proprietà lenitive, cicatrizzanti e rivitalizzanti o proprietà flebotoniche, vasocostrittrici, decongestionanti, per contrastare i segni del tempo o per la protezione dagli effetti nocivi del sole.
L’eventuale uso interno è consigliato esclusivamente se prescritto dal medico.
Gli oleoliti sono oggi considerati a tutti gli effetti dei prodotti cosmetici, ma proprio in considerazione delle loro proprietà sono largamente utilizzati patologie dermatologiche (Oleoliti di Arnica,Elicriso, Calendula, Iperico, Camomilla) o in caso di disturbi del sistema arterovenoso e linfatico come in caso di vene varicose, edemi degli arti inferiori, emorroidi e ragadi anali (Oleolito di Ippocastano) o per lenire gli spasmi reumatici o per facilitare la ripresa dell'uso delle articolazioni dopo ingessature o in caso traumi o edemi (Oleolito di Alloro , di Arnica). Alcuni oleoliti hanno una vocazione prettamente cosmetica (Oleolito di Lillà) utilizzati gradevolmente per massaggi, lasciano una piacevole sensazione di leggerezza ma nel contempo di tonicità muscolare.
Olii aromatici
Un'altra categoria di “oleoliti” sono quelli che si producono per uso alimentare, ed anche in questo caso, per non generare confusioni si preferisce chiamarli olii aromatici o olii speziati. Nella fase di produzione e di confezionamento di questi ultimi va posta una particolare attenzione in considerazione del possibile “rischio botulismo” dovuto alla potenziale presenza di batteri Clostridium botulinum nelle erbe o spezie non acide o acidificate. Tra questi si ricordano i più comuni quali Oleolito di peperoncino, l’oleolito di Aglio.
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Oli essenziali
 
Per olio essenziale (OE) si intende la frazione idrofoba ottenuta da parti vegetali per distillazione in acqua, in acqua e corrente di vapore, in corrente di vapore o per premitura a freddo nel caso la parte vegetale interessata sia il pericarpo (buccia) degli agrumi.

 
Da questa definizione si deduce che l’olio essenziale è un prodotto di origine vegetale ottenuto da parti specifiche della pianta per mezzo di un processo di estrazione fisico standardizzato.

La parte della pianta utilizzata (droga) è caratteristica per ogni specie. Riportando alcuni esempi vediamo come per alcune specie come la lavanda, il timo, o il rosmarino la parte utilizzata siano le sommità fiorite, per il basilico o l’eucalipto la droga è composta dalle foglie, per il finocchio o l’anice la droga sono i semi, per gli agrumi come su accennato, la droga è il pericarpo del frutto. Per l’arancio l’olio essenziale ha proprietà diverse nel caso siano utilizzate specie diverse, come l’arancio amaro o l’arancio dolce. Nel caso dell’arancio dolce un secondo olio essenziale utilizza come droga i fiori (neroli) con proprietà differenti rispetto ai primi due.
Per altre specie, come la cannella, l’olio essenziale è ottenuto per distillazione della corteccia, per altre ancora come lo zenzero o l’iris la droga è il rizoma, oppure il bulbo come nel caso di alcune liliacee.
Per definire la natura di questa frazione idrofoba ottenuta, è necessario introdurre il concetto di fitocomplesso.
Per fitocomplesso la definizione tratta dal Dizionario in Medicina Treccani recita: “Insieme dei componenti chimici di una pianta, risultante dalla naturale combinazione del principio attivo con altre sostanze, terapeuticamente inattive o con attività di natura diversa, ma che globalmente conferiscono alla pianta le specifiche proprietà terapeutiche per cui viene utilizzata.”
Tale frazione, quindi, non è mai composta da un singolo elemento o da una singola molecola, ma da un insieme di componenti chimici, i cui principi attivi possono essere presenti, anche nella stessa specie, con percentuali diverse. Questa è una peculiarità molto importante, soprattutto ai fini terapeutici, sulla quale ci soffermeremo più avanti.
Tali sostanze chimiche prodotte dalle piante, in quantità molto limitate e per questo definite metaboliti secondari, sono spesso aromatiche che danno delle specifiche percezioni olfattive, talvolta confuse con le essenze della pianta descritte fin dal medioevo.
Il fine della produzione di tali metaboliti è sempre legato alla difesa e alla sopravvivenza della pianta stessa.
Tali metaboliti, a seconda delle loro peculiari caratteristiche possono avere attività diverse. Hanno un’attività allopatica quando producono fitotossine (come per esempio lo juglone del noce) che rilasciate nel terreno impediscono la crescita di altre specie vegetali concorrenti. Da qui sempre nel medioevo il noce era visto come l’albero delle streghe perché al di sotto della sua chioma non crescevano altre piante. Questa attività allopatica è uno dei principi che sta alla base della pratica agricola della rotazione delle colture (stanchezza del terreno).
Un’altra attività, visto la presenza tra i componenti di molecole con azione battericida, antimicotica e antivirale, è quella della difesa delle piante da infezioni microbiche, o ancora il rilascio di sostanza con odori particolarmente repellenti evitavano di essere brucate da larve di insetti o da animali erbivori, oppure altre sostanze hanno l’effetto opposto, cioè quello di attirare alcuni insetti impollinatori.
La produzione di questi metaboliti secondari aumenta generalmente quando le piante sono sottoposte a stress.
Riprendendo il concetto della frazione idrofoba, si è visto, con l’esame di gascromatografia-spettrometria di massa che i metaboliti che compongono l’olio essenziale di una specie non sempre sono rappresentati con le stesse percentuali.
Prendiamo ad esempio il timo.
La maggior parte delle piante di Thymus vulgaris coltivate in Sicilia hanno nel loro fitocomplesso una maggiore espressione in percentuale del carvacrolo, mentre nel timo coltivato in Spagna è più espresso come metabolita principale il timolo.
Questo ci dice che il primo e chemotipizzato a carvacrolo mentre il secondo è chemotipizzato a timolo.
In altre specie, come ad esempio il rosmarino si possono riscontrare fino a 5 chemotipi diversi.
Tale ulteriore classificazione delle specie coltivate, tenendo conto della loro chemotipizzazione, potrebbe essere una svolta importante nell’utilizzo degli oli essenziali come fitoterapici, per esempio, nella terapia di infezioni, visto che alcuni metaboliti hanno una spiccata attività antibatterica, altri antivirale altri ancora antimicotica o antinfiammatoria e così via dicendo.
Gli oli essenziali prodotti non hanno sempre la stessa percentuale del metabolita indicato dal chemotipo, ma questa concentrazione è influenzata, a parità di pianta, da condizioni pedologiche, dall’andamento stagionale, da eventuali interventi agronomici.
In ultima analisi quindi, per un corretto utilizzo terapeutico di un olio essenziale è fondamentale conoscere le caratteristiche peculiari del lotto prodotto, con le percentuali dei principali metaboliti presenti.
Da qui oltre al concetto di chemotipizzazione dovremo affrontare altri due concetti fondamentali: la titolazione e standardizzazione. Ma di questo mi riprometto di scrivere in seguito.
Da questa premessa spero di aver fatto passare il concetto che gli oli essenziali sono prodotti altamente concentrati, particolarmente attivi, da utilizzare con prudenza e sempre diluiti.
Nell’utilizzo per uso topico è sempre consigliata la loro diluizione in oli vegetali che fungono da vettori.
L’utilizzo per inalazione coinvolge direttamente le mucose delle vie respiratorie e l’assorbimento dell’olio essenziale è particolarmente elevato, per cui si consiglia l’utilizzo di basse concentrazioni per tempi brevi. Importante la scelta appropriata dell’olio essenziale da utilizzare.
L’utilizzo per uso interno (orale) è consigliato esclusivamente sotto controllo medico o di un erborista esperto, generalmente in protocolli terapeutici, a basse quantità e di durata limitata.
È sconsigliato l’utilizzo in età pediatrica, se non sotto il diretto controllo del pediatra o medico esperto.
Oggi è sempre più di moda l’utilizzo degli oli essenziali in ambito alimentare. Anche qui è importante regolarsi con le quantità: poche gocce sono sufficienti a condire in un’abbondante quantità di insalate varie (il rapporto è di 1 goccia x 100-150 gr di alimento), con un ottimo effetto organolettico e salutare; quantità eccessive potrebbero sortire effetti contrari. Non tutti gli oli essenziali sono “commestibili” altri sono addirittura piuttosto tossici. Attenersi sempre alle indicazioni riportate sulla confezione.
Per le proprietà dei vari oli essenziali e note sul loro utilizzo si rimanda alle schede delle piante.

Importante:
Sulla confezione, oltre al nome in italiano deve essere riportato il nome scientifico della pianta e la droga utilizzata
Se presente la varietà o la cultivar
Se presente la chemotipizzazione della pianta
La zona di origine
Tipo di estrazione
N° lotto
Se disponibile scheda della gascromatografia-spettrometria di massa (GC-SM)
Se disponibile la Titolazione
Se disponibile la Standardizzazione
Conservare lontano da fonti di calore
Conservare lontano dalla portata dei bambini (sempre e con maggior attenzione se il flacone è sprovvisto di gocciolatore)
Tisane
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